L’AMACA
I Cavalieri dell’Ideale
di MICHELE SERRA
SI CAPISCE, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l’onestà morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c’erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo.
Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d’oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillità. Un bell’applauso ai Cavalieri dell’Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento.
(22 febbraio 2007)
si alzò di scatto dal tavolo dello Spring, il locale più in voga di Los Angels , per quell’estate, solo per quell’estate. Prima di entrare stava pensando a come tutto passava via senza possibilità di controllarlo. Lui che era nato per controllare. Lui che razionalizzava qualsiasi cosa. L’estate prossima sarebbe toccato ad un altro locale e così via, come le sue donne. D’altronde Matthew era un bell’uomo, ricco e soprattutto cinico. Disposto a tradire e colpire pur di arrivare.
La vide e fu come una scossa, non riusci a non alzarsi, la sedia cadde e la sua ospite rimase interdetta, a bocca aperta. Matt credette per un attimo di esser solo, come se fosse poi possibile esser soli in quel luogo, ma lui non riusciva a sentire le voci, la schiena fu attraversata da un brivido, nella pancia quella sensazione di paura, o di tristezza. Il tempo parve fermarsi, tutto andava avanti a rallentatore, lei si muoveva fluttuante col suo sorriso stampato sul viso più bello che potesse esserci, Matt che ricadde pesantemente sulla sedia quando vide due bambini, i suoi figli, al fianco dell’unica donna che avesse mai davvero amato e che un giorno di tanti anni fa, gli mormorò una semplice parola: addio.
Poter rimediare con una semplice combinazione di tasti…non ci sarebbe più bisogno di porsi mille domande…farsi mille preoccupazioni. Decidere quando poter cancellare le azioni…sentirsi padroni veri della propria vita…
avrebbe forse un senso?

Non poteva non pensarci, la sua fottuta vita era sempre stata dominata, decisa dagli altri. Maledizione, da quando era successo, non facevano altro che ripetergli “sei senz’anima, Eric, sei il figlio del diavolo”. Che assurdità, il figlio del diavolo! Si era sempre chiesto cosa volesse dire essere senz’anima. Ancora non aveva avuto risposta. Era cresciuto con la vecchia zia, quella maledetta strega aveva tentato di plagiarlo, di convincerlo che la morte della madre, in un mare di sangue, fosse stata colpa sua. Stupida vecchia bigotta. Finalmente cinque mesi fa il signore dal mantello nero l’aveva portata via con se.
Quello stronzo, spione di Jerry, suo fratello, anche lui aveva avuto la fine che meritava, incidente stradale, morte accidentale, almeno così diceva la polizia.
Eric, aveva anche cercato il padre, ma il vecchio coglione dopo la morte della moglie, convinto dalla sorella aveva dato la colpa ad Eric ed era andto via per sempre, escludendoli dalla sua vita.
Eric, seduto sulla sua poltrona preferita, nella sua casa preferita, al centro di Doorbell Town, continuava a fissare la foto di sua madre e non riusciva a togliersi di mente l’orrore del sangue che e la madre che da terra lo guardava stupita mentre lui reggeva la pistola del padre tra le mani. “Mamma, mamma,mamma…” un lamento fievole usciva dalla sua bocca, incontrollabile, incontrollato. Poi tutto un concatenarsi di eventi, il padre che apre la porta, un’urlo animalesco attraversa la casa e tutto iniziò a girare e la casa diventò buia. Un tonfo. Lui voleva solo giocare.

Cos’è un blog? Un modo di raccontarsi.
Perchè ho aperto un blog? Beh perchè volevo condividere delle emozioni con migliaia di persone.
Probabilmente molti si ritroveranno in queste parole, molti si sono dati le stesse risposte e danno queste risposte a chi pone queste domande…
Le stesse domande e probabilmente le stesse risposte dovrebbe porsele e darsele la redazione di tiscali…sono stato pubblicato 4 volte e non mi lamento nella maniera più assoluta, però alle volte vengono pubblicati articoli di bassissima lega…e palesemente scopiazzati…naturalmente errare è umano, perseverare è diabolico…c’è gente che descrive stati d’animo, sensazioni, incubi vissuti e sogni immaginati e non c’è traccia del loro passaggio…di altri invece…

Non puo’ essere vero, pensò Jerry, cazzo, non può essere vero. Purtroppo era tutto drammaticamente vero. Jerry a terra, dolorante in un lago di sangue. La bambina sotto di lui, non si muoveva. Non più almeno.
In lontananza il suono distintamente metallico della sirena dell’ambulanza e la voce di Keith che urlava nella radio, il suo amico fraterno Keith.
Un bruciore lancinante gli percorreva la schiena e non riusciva più a percepire le gambe. Ironia della sorte, rimanere paralizzato l’ultimo giorno di lavoro.
Era stato un’attimo, un fottuto attimo, uno stupido errore di valutazione e tutto era precipitato. Aveva commesso solo due errori nella sua carriera ed entrambi avevano cambiato il corso della sua vita. Il terzo minacciava di rendere insopportabili gli ultimi anni che gli restavano da vivere.
Glielo diceva sempre suo padre, quando ancora era in vita, “Jerry”, diceva “attento all’ultimo giorno di lavoro. E’ maledetto.”

Non mi puoi trattare così,
io è per disperazione che so qui,
credimi, mica ci volevo venì.
Me ne stavo tanto bene nella mia terra
quando è scoppiata na guerra
e se prima c’avevo da cibarmi
co a casa distrutta nun c’ho nemmeno dove lavarmi.
Mia sorella è stata violentata
e mamma ora piange tutta la giornata
io non vedevo futuro
ma solo un grande muro tutto scuro
e allora ho pensato di partire
e dopo mille giorni a patire
so sbarcato sulle costa
in attesa del nulla osta.
Oggi sento che forse un futuro c’è
e un po’ lo devo pure a te
e non m’arabbio se mi chiami negro
me basta sta qua p’esse un po più allegro.
Te chiedo solo na cosa nun me trattà
come un malato, te puoi pure avvicinà
che so solo n’immigrato.

Il sole spacca le pietre e squaglia l’asfalto.
A Valentina piace sfidare il sole. Passa le giornate a guardarlo. Non si stanca mai.
Appena sveglia o dopo pranzo. Lei è li sulla sedia accanto al balcone a rimirare il sole.
Lei dice che il colore del sole è bianco. Anzi dice che è vuoto. Io le dico sempre che per me è un giallo sbiadito. Ma io non conto non riesco a guardarlo come fa lei.
Dai suoi occhiali scuri e spessi, Valentina vede il sole, ilfottuto buco bianco, come ama dire e certe volte mi guarda e pensa che sono maledettamente fortunato a non riuscire a fissarlo come fa lei, non me lo dice ma una lacrima le scorre sul viso e si mischia al sudore in ricordo di quando anche lei non riusciva a fissarlo e diceva che il sole era giallo sbiadito.
Come lo disegnavamo. Tanto tempo fa.

Una giornata scura e buia dava il buongiorno ad Aldo. Il cielo plumbeo e carico di pioggia lo attendeva.
Aldo, come ogni mattina, apre la finestra e respira a pieni polmoni. Oggi, può quasi percepire il sapore della pioggia mentre inspira. E’ pioggia buona questa.
Aldo, come suo solito, prepara la colazione. Da qualche tempo solo per se. Ormai. Ad Aldo piacciono le colazioni abbondanti.
Aldo è tutt’un fremito oggi. Stasera andrà a cena da lui una donna il cui sorriso lo fa intenerire. Una donna le cui parole ascolterebbe per ore. Una donna, semplicemente.
Aldo sono molti anni che ha perso la speranza. Da quel giorno in cui gli portarono via, gli strapparono ciò di cui aveva bisogno per vivere, la persona più importante della sua vita.
Aldo vuole ricominciare a vivere e mentre pensa a quello che potrebbe accadere da li a qualche ora…toc…toc…toc…le prime gocce di pioggia bussano contro la finestra, educatamente senza entrare. Aldo si muove con rapidità e si avvia a chiuderla. Guarda un’ultima volta in cielo e l’acquazzone inizia a scendere con tutta la sua foga. Tutta la sua rabbia. Ma Aldo sa che è pioggia buona e che quel cespuglio di fiori, ormai rinsecchito da molti anni, ne gioverà. Berrà di quell’acqua e i suoi germogli torneranno a fare capolino. Esattamente come la sua speranza tornerà ad affacciarsi questa sera.